Il Mongetto su La Repubblica, 7 ottobre 2012. Di Carlo Petrini.

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L’anima nel Barattolo

SCRIVERE la storia di Roberto e Carlo Santopietro del Mongetto è stato un affiorare di ricordi, un’evocazione dietro l’altra di episodi divertenti e di amici comuni…

Trent’anni di storia di una piccola azienda del Monferrato Casalese (agriturismo, vitivinicoltori, produttori di confetture e conserve) che si intrecciano con gli albori di Slow Food: erano gli anni epici, quelli in cui a portare in giro per il mondo un discorso serio e reale di qualità erano davvero in pochi, ma dotati di genio pragmatico, simpatiae umanità.

Roberto, classe 1950, è il titolare dell’azienda di “vasetti”, ed è il più estroverso. Carlo, di quattro anni più giovane, è più taciturno; è anche il più legato all’anima profonda del territorio, e il suo modo di ospitare i clienti nell’agriturismo si ispira ad alcuni semplici concetti: fare sentire chi viene a trovarti un ospite gradito, esercitare l’arte del ricevere, far crescere il territorio intorno comunicando anche tutto quel che c’è di valido in zona, avere uno stile insomma. Il che si esprime a meraviglia attraverso un’unica parola: understatement. Per dirla in parole povere, nel ristorante con alloggio Dré Castè di Vignale, di proprietà dell’azienda agricola Il Mongetto, il motto è: non tirarsela. Raccontare la storia di questi due fratelli ha un senso anche perché è un esempio di come trent’anni fa sia stato possibile il ritorno alla terra di due ragazzi cresciuti in città, il cui cordone ombelicale con la campagna però non si è mai spezzato. E oggi, mi conferma anche Roberto, sono tanti i giovani, magari cittadini figli di professionisti, che cercano di riprendere in mano case e terreni conservati, non per reddito ma per affezione, dai genitori. Inizia Carlo: «Noi Milano-Vignale andata e ritorno abbiamo cominciato a farlo già nella pancia di mia madre. Lei era una dei Venezia di Quattordio, l’ultima di dieci figli; la sua famiglia era conduttrice della più grande azienda agricola in zona, la Cappelletta (oggi la Nuova Cappelletta). Subito dopo la guerra incontra mio padre a Saint-Vincent: lui era commercialista, a quei tempi si diceva “consulente tributario”, a Milano. Mantengono però un forte legame con la campagna, e in particolare con quest’area, che ha molte relazioni con Milano». Aggiunge Roberto: «Beh, la fortuna della Liguria e della Toscana l’hanno fatta gli Inglesi, per la nostra zona invece sono statii Milanesi… Comunque, mio padre all’inizio degli anni Sessanta compera la Cascina Milano e poi il Mongetto. Per lui è stato una sorta di riscatto: suo padre, cioè mio nonno, aveva dovuto lasciare la sua terra di Orta Nova in Puglia ed era emigrato al Nord dopo le disastrose politiche agricole degli anni Venti-Trenta. A mio padre non sembrava vero di poter esprimere il suo amore per la terra qui a Vignale, arrivava e cominciava a zappare come un matto… a quell’epoca però si produceva solo per la famiglia e per gli amici, al massimo il vino si regalava ai funzionari dell’ufficio delle imposte…», sorride. «Essendo poi lui un bravo amministratore, è stato via via coinvolto nella comunità e ha messo a posto i conti della Cantina Sociale, dell’Ospizio, del Consorzio Antigrandine di Casale, ha pure fatto il Sindaco».

Davide Santopietro e Carla Margherita Venezia hanno 4 figli. Il più grande fa economia e commercio, il più piccolo è poeta, filosofo, musicista. Il sodalizio si instaura fra i due di mezzo. Roberto ha poca voglia di studiare. Frequenta il liceo classico a Milano negli anni della contestazione: «Erano i tempi del “sei politico”, dei cortei… a me però piaceva il cibo buono, la campagna, questa cosa mi girava in testa». Così, dopo una breve esperienza da imprenditore, prova a fare il contadino nella tenuta di Vignale. «Ma c’era da spaccarsi la schiena e non guadagnare niente. Allora mio padre una sera arriva e mi dice: “Ho comprato un albergo a Loano”. Sulla carta: mai andato, mai visto. “Domani mattina parti, vai a Loano a fare l’albergatore”. Al Miramare di Loano arrivavano un sacco di persone, ha incominciato a piacermi la convivialità. Poi un giorno, era il ’77 e avevo 27 anni, ho detto a Vittorio Pessano, il nostro bravo cuoco: “Voglio stare in cucina” e mi sono pulito i primi 40 kg di acciughe. Tra parentesi, oggi tante nostre preparazioni sono a base di acciuga… esportiamo 160.000 barattoli di bagna cauda in Giappone ogni anno, loro la usano con il contagocce, come condimento».».

Qualche tempo dopo Carlo si stabilisce davvero a Vignale. E il sistema iniziaa funzionare, perché l’azienda agricola fornisce la materia prima per la cucina dell’albergo, le conserve e il vino.

Roberto acquisisce anche il ristorante Cabiria, una stella Michelin, dove un giorno arriva Luigi Veronelli. Incomincia allora ad aprirsi un orizzonte diverso. L’esperienza del Cabiria dura sette anni. Nel frattempo Vignale, grazie anche al festival della danza, comincia a farsi conoscere: «Il nostro agriturismo era il quartier generale del Teatro Nuovo (organizzatore dell’evento), lo chiamavano la casa delle ballerine», racconta Carlo. Roberto decide di tornare. «Erano gli anni ’80. Un anno, avevamo 100 quintali di prugne e ci davano così poco che non ci pagavamo nemmeno il raccolto. Allora ci siamo detti: trasformiamole. Così abbiamo cominciato con i barattoli.

A quel punto il problema era venderli». Roberto rievoca fatti, persone e situazioni; ricorda Giacomo Bologna: «Ho fatto per lui i primi barattoli dei peperoncini, quelli tondi con l’acciuga e il cappero dentro. Mi chiama, mi presenta una produttrice e mi dice: “Glieli pagano 1000 lire al kg, tu le devi dare 1500, perché i suoi sono più buoni”. Io ne faccio 90 barattoli, lui mi porta con sé a una delle prime fiere a Milano, arriva Roger Verger (uno dei cuochi più famosi di Francia, ndr) e dopo due ore li avevo già venduti tutti a lui».

E poi Giorgio Pagella «quello che fa i tramezzini più buoni d’Italia, del bar torrefazione Tazza d’oro ad Alessandria», Giorgio Onesti («era il nostro agente grazie a Pagella che gli aveva parlato di noi, un vero talent scout»). E ancora, Mario Mariani, il regista dei programmi Rai firmati da Veronelli, il primo Congresso di Slow Fooda Parigi,e il Salone del Gusto di Torino dalla prima edizione finoa quella del prossimo ottobre (dal 25 al 29), dove il loro stand è facile da individuare perché sempre al centro della baldoria.

L’azienda agricola Mongetto resta fondamentale tra i fornitori del Mongetto Confetture e Conserve, ma il giro si allarga: Roberto va direttamente dai piccoli, compera arance amare a Camogli, peperoni a Carmagnola, mandarini a Ribera, basilico a Prà, frutta a Volpedo… «La morale è che il fulcro di tutto è la materia prima. E stasera vado nell’Albese a prendere le ultime albicocche» conclude. Storiedipiemonte@slowfood.it © RIPRODUZIONE RISERVATA

CARLO PETRINI 07 ottobre 2012 15 sez. TORINO

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